La stessa natura angelica

Da un certo punto di vista angeli e demoni sono la medesima cosa, nel senso che hanno la stessa natura, la stessa origine e le stesse prerogative. Per il pensiero comune la loro differenza consiste nel fatto che i primi sono volti al bene e all’obbedienza nei confronti della Volontà Divina, mentre i secondi hanno scelto la via della ribellione e del male; per altre linee di pensiero, invece, questa differenza è solo apparente in quanto anche l'azione dei demoni deve sottostare alla Volontà di Dio e rientrare nel Progetto Divino.

In ogni caso, l’esistenza di angeli e demoni è connessa a quello che è il più drammatico problema non solo dell’uomo, ma dell’intero universo: il bene e il male. E’ soprattutto l’esistenza di tale elemento negativo, antagonista, distruttivo, rappresentato dal male e dal suo "perché" che ha assorbito e tormentato le riflessioni di pensatori, filosofi, mistici, religiosi, ma anche della gente comune. Questa sezione inizia con la lettura della Bibbia e termina con l’analisi di Jung: nel mezzo, le riflessioni di uomini che di fronte alle ombre e alle luci dell’esistenza cercano spiegazioni.

 

La caduta / 1. Nella Bibbia

Il filosofo Romano Guardini, ci introduce all’interpretazione biblica della caduta degli angeli:

Dal contesto della Rivelazione desumiamo che prima della creazione del mondo visibile vi sia stata una creazione del mondo puramente spirituale, cioè degli angeli. Quelli che furono allora creati, non sono soltanto forze o rapporti, ma esseri, persone dotate di intelligenza, libertà e responsabilità. Così anche nella loro esistenza vi è una scelta morale. Gli angeli furono messi alla prova, riguardo alla santa sovranità di Dio, che potevano o no riconoscere. Questa è stata la prima scelta fra il bene e il male. Per la prima volta fu fatta la volontà di Dio. Che questa volontà sia fatta è Regno di Dio; così ha avuto inizio il "Regno di Dio". Ma allo stesso tempo è iniziata anche l’opposizione alla volontà di Dio. Esseri dotati della massima forza della conoscenza, della volontà, della libertà e della capacità di responsabilità si sono ribellati contro il dominio di Dio. Perciò hanno scelto il male: sono divenuti esseri satanici. Di qui la loro caduta. Tutto il loro essere era in gioco. Gli angeli sono infatti puri spiriti e perciò semplici; in ciascuno dei loro atti si esprime la totalità del loro essere. Così fu già nel loro primo momento di vita, che fu perciò un momento di chiarissima consapevolezza, di tremenda libertà, di attuazione piena di sé, senza residui. Atto terribile, dal quale solo uscì l’Angelo vero e proprio – e il diavolo che è l’essere veramente perduto, il nemico di Dio e non soltanto "demone".

L’esistenza del male deriverebbe dunque dalla ribellione, consumatasi nella notte dei tempi, da parte di uno stuolo di angeli, che rifiutarono di obbedire a Dio e all’ordine cosmico da lui costruito. Il capo degli angeli ribelli è Lucifero, "il portatore di luce", "il figlio del mattino"; è anche denominato Satana. Di Lucifero parla, nell’Antico Testamento, il profeta Isaia (14, 12-15):

Come mai sei caduto dal cielo, o astro mattutino, figliuol dell’aurora? Come mai sei atterrato, tu che calpestavi le nazioni? Tu dicevi in cuor tuo: "Io salirò in cielo, eleverò il mio trono al di sopra delle stelle di Dio; io m’assiderò sul monte dell’assemblea, nella parte estrema del settentrione; salirò sulle sommità delle nubi, sarò simile all’Altissimo". Invece t’han fatto discendere nel soggiorno dei morti, nelle profondità della fossa!

Nella Bibbia vi sono cenni sparsi di questa ribellione: secondo il libro della Genesi, il male sarebbe preesistito all’uomo, giacché Adamo ed Eva vennero sedotti dal "tentatore" in forma di serpente. Lucifero, il primo, il più bello, il più splendente degli angeli creati da Dio, compì un atto di ribellione nei confronti del suo Creatore perché, sospinto dall’orgoglio e dalla gelosia, oltre che dalla superbia, volle sostituirsi a Lui, cioè volle diventare Dio. Altri angeli lo seguirono nella ribellione e tutti, dopo una tremenda battaglia celeste, furono sconfitti dagli angeli fedeli all’Onnipotente e quindi precipitati nell’inferno. Il Nuovo Testamento, nel libro dell’Apocalisse, fa un accenno, estremamente sintetico ma preciso, a questa battaglia (12, 7-9):

E vi fu battaglia nel cielo: Michele e i suoi angeli combatterono col dragone, e il dragone e i suoi angeli combatterono, ma non vinsero, e il luogo loro non fu più trovato nel cielo. E il gran dragone, il serpente antico, che è chiamato Diavolo e Satana, il seduttore di tutto il mondo, fu gettato giù: fu gettato sulla terra, e con lui furono gettati gli angeli suoi.

Lo stesso libro dell’Apocalisse, pochi versetti prima, nel rivelare le profezie sulla fine del mondo e sulla lotta conclusiva tra bene e male, sottolinea la grande potenza demoniaca quando afferma:

E apparve un altro segno nel cielo; ed ecco un gran dragone rosso, che aveva sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi. E la sua coda trascinava la terza parte delle stelle del cielo e le gettò sulla terra.

SATANA

Con il nome di Satana (l’avversario, in ebraico) o di diavolo (il calunniatore, in greco) la Bibbia designa un essere personale, per sé invisibile, ma la cui azione od influsso si manifesta sia nell’attività di altri esseri (demoni o spiriti impuri), sia nella tentazione.

Il Vecchio Testamento non parla di Satana che molto raramente e sotto una forma che, salvaguardando la trascendenza del Dio unico, evita accuratamente tutto ciò che avrebbe potuto inclinare Israele verso un dualismo, al quale era anche troppo portato. Più che un avversario propriamente detto, Satana appare come uno degli angeli della corte di Jahve, che svolge nel tribunale celeste una funzione analoga a quella del pubblico accusatore, incaricato di far rispettare in terra la giustizia e i diritti di Dio. Tuttavia, sotto questo preteso servizio di Dio, si scorge già in Giobbe 1-3 una volontà ostile, se non a Dio stesso, almeno all’uomo e alla sua giustizia: egli non crede all’amore disinteressato; senza essere un "tentatore", si aspetta che Giobbe soccomba; segretamente lo desidera, e si capisce che ne gioirebbe. In Zaccaria 3, 1-5 l’accusatore si trasforma in vero avversario dei disegni d’amore di Dio circa Israele: affinché questi sia salvato, l’angelo di Jahve deve prima imporgli silenzio in nome stesso di Dio: Imperet tibi Dominus.

La Genesi, inoltre, non parla che del serpente: creatura di Dio "come tutte le altre", questo serpente è tuttavia dotato di una scienza e di un’abilità che superano quelle dell’uomo. Soprattutto, fin dall’inizio, esso è presentato come il nemico della natura umana. Invidioso della felicità dell’uomo, esso giunge ai suoi fini usando già le armi che gli saranno sempre proprie, astuzia e menzogna: "il più astuto di tutte le bestie selvatiche", "seduttore", "omicida e bugiardo fin dall’origine". A questo serpente la sapienza dà il suo vero nome: è il diavolo (Sap 2, 24).

Fin da questo primo episodio della sua storia, l’umanità vinta intravvede tuttavia che un giorno trionferà sul suo avversario. La vittoria dell’uomo su Satana, tale è di fatto lo scopo stesso della missine di Cristo, venuto "a ridurre alla impotenza colui che aveva il potere della morte, il diavolo" (Ebr 2, 14), "a distruggere le sue opere" (1 Gv 3, 8), in altre parole a sostituire il regno del Padre suo a quello di Satana (1 Cor 15, 24-28; Col 1, 13 s). I vangeli presentano quindi la sua vita pubblica come una lotta contro Satana. Essa incomincia con l’episodio della tentazione in cui, per la prima volta dopo la scena del paradiso, un uomo, rappresentante l’umanità, "figlio di Adamo", viene a trovarsi faccia a faccia con il diavolo. Si inasprisce con le liberazioni degli indemoniati, prova che "il Regno di Dio è giunto" e che quello di Satana ha avuto termine, nonché con le guarigioni di semplici malati. Continua pure, più dissimulata, nello scontro che oppone Cristo ai Giudei increduli, a questi veri "figli del diavolo" (Gv 8, 44). Raggiunge il suo parossismo nell’ora della passione. Coscientemente Luca la collega alla tentazione e Giovanni non vi sottolinea la funzione di Satana se non per proclamarne la sconfitta finale. Satana sembra condurre il gioco; ma in realtà "non ha su Cristo alcun potere": tutto è opera dell’amore e dell’obbedienza del Figlio. Nel momento preciso in cui si crede certo della vittoria, il "principe di questo mondo" è "gettato fuori" (Gv 12, 31); il dominio del mondo che una volta egli aveva osato offrire a Gesù (Lc 4, 6), appartiene ormai al Cristo morto e glorificato (Mt 28, 18).

Se la risurrezione di Cristo consacra la sconfitta di Satana, la lotta non terminerà, secondo Paolo, se non con l’ultimo atto della "storia della salvezza", nel "giorno del Signore", quando "il Figlio, dopo aver ridotto all’impotenza ogni principato ed ogni potestà e la morte stessa, consegnerà il regno al Padre suo, affinché Dio sia tutto in tutti" (1 Cor 15, 24-28). Al termine della rivelazione, l’Apocalisse, specialmente a partire dal capitolo 12, offre come una sintesi dell’insegnamento biblico su questo avversario, contro il quale, dall’origine fino al termine della storia della salvezza, l’umanità deve combattere. Impotente dinanzi alla donna ed a colui che essa partorisce, Satana si è rivolto contro "il resto della sua discendenza"; ma l’apparente trionfo che gli procurano i portenti dell’anticristo terminerà con la vittoria definitiva dell’agnello e della Chiesa, sua sposa: assieme alla bestia e al falso profeta, assieme alla morte e all’Ade, assieme a tutti gli uomini che saranno stati vittime delle sue astuzie, Satana sarà gettato nel lago di zolfo ardente, il che è la seconda morte (Apoc 20, 10. 14 s).

DEMONI

Il volto dei demoni, esseri spirituali malefici, nella rivelazione si è illuminato solo lentamente. All’inizio, i testi biblici si sono serviti di taluni elementi desunti dalle credenze popolari, senza metterli ancora in rapporto con il mistero di Satana. Al termine, tutto ha preso un senso nella luce di Cristo, venuto quaggiù per liberare l’uomo da Satana e dai suoi subalterni.

Andando all’origine della credenza, l’Oriente antico dava un volto personale alle mille forze oscure, la cui presenza è sospettata dietro i mali che assalgono l’uomo. La religione babilonese aveva una demonologia complicata, e vi si praticavano numerosi esorcismi per liberare le persone, le cose, i luoghi stregati; questi riti essenzialmente magici costituivano una parte importante della medicina poiché ogni malattia era attribuita all’azione di uno spirito maligno.

Il Vecchio Testamento, ai suoi inizi, non nega l’esistenza e l’azione di esseri simili. Si serve del folclore che popola le rovine e i luoghi deserti di presenze fosche, mescolate alle bestie selvatiche: satiri villosi, Lilit, demone delle notti… Primitivamente, mali come la peste o la febbre sono considerati come flagelli di Dio, che li manda agli uomini colpevoli, come manda il suo spirito cattivo su Saul e l’angelo sterminatore sull’Egitto, su Gerusalemme o sull’esercito assiro (Es 12, 23; 2 Sam 24, 16; 2 Re 19, 35). Ma dopo l’esilio si attua più chiaramente la divisione tra il mondo angelico e il mondo diabolico. Il libro di Tobia sa che sono i demoni a tormentare l’uomo (Tob 6, 8) e che gli angeli hanno la missione di combatterli (Tob 8, 3). Tuttavia, per presentare il peggiore di essi, quello che uccide, l’autore non teme di ricorrere ancora al folclore persiano dandogli il nome di Asmodeo (Tob 3, 8; 6, 14).

Ora, per i pagani, era una tentazione costante quella di cercare di conciliarsi questi spiriti elementari rendendo loro un culto sacrificale, in una parola, di farne degli dei. Israele non era al riparo dalla tentazione. Abbandonando il suo creatore, si rivolgeva anch’esso agli "altri dei" (Deut 13, 3. 7. 14), in altre parole, ai demoni (Deut 32, 17), giungendo fino ad offrire loro sacrifici umani (Sal 106, 37). I traduttori greci della Bibbia hanno sistematizzato questa interpretazione demoniaca dell’idolatria, identificando formalmente gli dei pagani con i demoni (Sal 96, 5; Bar 4, 7), introducendoli perfino in contesti dove l’originale ebraico non ne parlava (Sal 91, 6; Is 13, 21; 65, 3). In tal modo il mondo dei demoni diventava un universo rivale di Dio.

Nel pensiero del tardo giudaismo questo mondo si organizza in modo più sistematico. I demoni sono considerati come angeli decaduti, complici di Satana e divenuti suoi ausiliari. Per evocare la loro caduta ora si ricorre all’immagine mitica della guerra degli astri (cfr. Is 14, 12) o al combattimento primordiale tra Jahve e le bestie che personificano il male; ora si riprende l’antica tradizione dei figli di Dio innamoratisi delle figlie degli uomini (Gen 6, 1 ss; cfr. 2 Piet 2, 4), ora li si rappresenta in ribellione sacrilega contro Dio (cfr. Is 14, 13 s; Ez 28, 2). In ogni modo, i demoni sono considerati come spiriti impuri, caratterizzati dall’orgoglio e dalla lussuria. Essi tormentano gli uomini e si sforzano di trascinarli al male. Per combatterli si ricorre agli esorcismi (Tob 6, 8; 8, 2 s; cfr. Mt 12, 27) che non sono più, come un tempo a Babilonia, di ordine magico, bensì di ordine deprecatorio: si spera in effetti che Dio reprimerà Satana ed i suoi alleati, se si fa appello alla potenza del suo nome (cfr. Zac 3, 2; Giuda 9). Si sa d’altronde che Michele ed i suoi eserciti celesti sono in lotta perpetua contro di essi e vengono in aiuto agli uomini (cfr. Dan 10, 13).

Nella prospettiva di questo duello tra due mondi, la cui posta è in definitiva la salvezza dell’uomo, si collocano la vita e l’azione di Gesù. Gesù affronta personalmente Satana e riporta su di lui la vittoria (Mt 4, 11; Gv 12, 31). Affronta pure gli spiriti maligni che hanno potere sull’umanità peccatrice, e li vince nel loro dominio. Tale è il senso di numerosi episodi in cui sono di scena gli indemoniati: quello della sinagoga di Cafarnao e quello di Gadara, la figlia della sirofenicia ed il ragazzo epilettico, l’indemoniato muto e Maria di Magdala. Per lo più, possessione diabolica e malattia sono mescolate; quindi ora si dice che Gesù guarisce gli indemoniati (Lc 6, 18; 7, 21) ed ora che scaccia i demoni (Mc 1, 34-39). Senza porre in dubbio i casi nettissimi di possessione (Mc 1, 23 s; 5, 6), bisogna tener conto dell’opinione del tempo, che attribuiva direttamente al demonio fenomeni che oggi rientrano nella psichiatria (Mc 9, 20 ss). Bisogna soprattutto ricordare che ogni malattia è un segno della potenza di Satana sugli uomini (cfr. Lc 13, 11).

Affrontando la malattia, Gesù affronta Satana; dando la guarigione, trionfa su Satana. Dinanzi all’autorità che Gesù manifesta nei confronti dei demoni, le folle sono stupefatte (Mt 12, 23; Lc 4, 35 ss). I suoi nemici l’accusano: "Egli scaccia i demoni in virtù di Beelzebul, principe dei demoni" (Mc 3, 22 par.); "non sarebbe per caso anch’egli posseduto dal demonio?" (Mc 3, 30; Gv 7, 20; 8, 48 s. 52; 10, 20 s). Ma Gesù dà la vera spiegazione: egli scaccia i demoni in virtù dello Spirito di Dio, e ciò prova che il regno di Dio è giunto fino agli uomini (Mt 12, 25-28 par.). Satana si credeva forte, ma è scacciato da uno più forte (Mt 12, 29 par.).

Ormai gli esorcismi si faranno quindi nel nome di Gesù (Mt 7, 22; Mc 9, 38 s). Mandando in missione i suoi discepoli, egli comunica loro il suo potere sui demoni (Mc 6, 7. 13 par.). Di fatto essi constatano che i demoni sono loro soggetti: prova evidente della caduta di Satana (Lc 10, 17-20). Le liberazioni degli indemoniati ricompaiono negli Atti degli Apostoli (8, 7; 19, 11-17). Tuttavia il duello degli inviati di Gesù con i demoni vi assume pure altre forme: lotta contro la magia, le superstizioni e la credenza negli spiriti divinatori; contro l’idolatria in cui i demoni si fanno adorare ed invitano gli uomini alla loro mensa; lotta contro la falsa sapienza e contro le dottrine diaboliche che si sforzeranno in ogni tempo di ingannare gli uomini; contro gli operatori di falsi prodigi arruolati al servizio della bestia. Satana, già vinto, ha solo più un potere limitato; la fine dei tempi vedrà la sua disfatta definitiva e quella di tutti i suoi ausiliari (Apoc 20, 1 ss. 7-10).

INVIDIA - GELOSIA - ORGOGLIO - SUPERBIA

La modalità della "colpa" angelica, oltre che in un mancato riconoscimento della sovranità divina, è stata variamente identificata. C’è per esempio una lettura di tale colpa legata all’evento cristologico. Secondo S. Ignazio, vescovo di Antiochia, la caduta angelica è dovuta alla loro mancanza di fede nella missione redentrice di Cristo: "Angeli gli esseri celesti, la gloria degli angeli, i principi visibili e invisibili se non credono nel sangue di Cristo hanno la loro condanna". La ribellione degli angeli, sempre in chiave cristologica, è invece talora colta nel fatto che alcuni di essi non sopporterebbero l’imperscrutabile disegno che ha visto Dio-Padre amare a tal punto gli uomini da inviare suo Figlio a incarnarsi e a umiliarsi fino a morire in croce per la loro salvezza. Quest’amore straordinario per gli uomini è per molti la vera causa della ribellione: già Ireneo vedeva nella colpa di Satana un peccato d’invidia e di gelosia nei confronti dell’umanità. Per fondare una tale lettura ci si basava in particolare sul testo biblico di Sap 2, 24 dove appunto si parla di "invidia del diavolo" nei confronti dell’uomo, creato a immagine di Dio.

Per quanto riguarda invece la tesi che vedrebbe Satana e i demoni peccatori per orgoglio, essa presenta diverse e sottili sfumature. In particolare i pensatori cristiani si dividono circa le cause di un tale orgoglio anche se in termini generali concordano sul fatto che il primo Angelo, Lucifero, volesse diventare come Dio e che gli altri angeli lo abbiano in certo modo imitato. Lucifero, presuntuoso per la sua bellezza, avrebbe desiderato ciò che era al di sopra di lui e a cui non poteva pervenire. L’orgoglio l’avrebbe dunque spinto a provare un desiderio inammissibile e indebito di dignità, a desiderare ciò a cui sarebbe pervenuto solo in virtù della grazia divina. Un’ulteriore interpretazione del peccato d’orgoglio è quella che concepisce la colpa di Lucifero come il desiderio disordinato di un’unione ipostatica del Verbo di Dio con la sua natura angelica allo stesso modo di ciò che avviene nell’incarnazione, reputandola a lui assolutamente dovuta e ingiustamente rifiutata per essere assurdamente accordata alla natura umana. Comunque, in definitiva, questo peccato d’orgoglio, al di là delle diverse letture, è la malizia assoluta che rifiuta di fatto la piena trascendenza divina nell’ordine dei rapporti personali con Lui, nella pretesa, usando le parole di Isaia, di "farsi uguale all’Altissimo" (Is 14, 14).

Oltre che nell’orgoglio, il peccato degli angeli è stato tradizionalmente identificato in modo particolare nella superbia. Una vera e propria hybris, volendo Satana essere signore del creato come Dio. Quest’atto di superbia li ha in tal modo condotti ad una "non adesione" a Dio, ad una vera e propria separazione da Lui. Ma la superbia è determinata anche da un altro fatto: dalla pretesa di conoscere esclusivamente con i propri mezzi il mistero divino.

A causa dell’orgoglio e della superbia l’Angelo dunque apostatò da Dio, per cui verrà definito da Giustino e da Ireneo come "serpente apostata". Al di là di questo, c’è chi come Anselmo d’Aosta nel suo De casu diaboli cerca di cogliere più in profondità il senso ultimo di quella "colpa". Per Anselmo

Satana ha voluto qualche cosa che egli conosceva senza averla. Ora, egli conosceva Dio. In particolare, egli sapeva che Dio è totalmente autonomo e ha voluto a sua volta essere totalmente autonomo, come Dio: ha voluto agire "propria voluntate", senza riferimento al suo Creatore.

Nel peccato di Satana per Anselmo non c’è dunque né l’indignazione per la creazione di Adamo né il risentimento per l’incarnazione del Verbo. Il suo peccato è dovuto soltanto alla sua volontà di assoluta autonomia e non è la conseguenza della conoscenza di determinati eventi. E in una direzione analoga a quella di Anselmo si pone Tommaso d’Aquino quando sostiene che Satana per ottenere la beatitudine soprannaturale della piena visione di Dio non si è proteso verso Dio desiderando con gli angeli santi la sua perfezione finale per grazia, ma ha voluto ottenerla con le sue proprie forze naturali.

La caduta / 2. Negli Apocrifi

Nel Libro dei Vigilanti, che è una delle cinque opere che compongono Enoc Etiopico, la caduta degli angeli è descritta come la colpa derivante dalla loro unione sessuale con le figlie degli uomini da cui poi nacquero i giganti, esseri violenti e malvagi. Si tratterebbe quindi della conseguenza di una volontaria e libera rinuncia al loro stato da parte di angeli innamorati della donna. Enoc nel sostenere questa tesi riprende un passo della Genesi (6, 1-4) che allude ai titani, nati dall’unione tra donne mortali ed esseri celesti, tra "figlie degli uomini" e "figli di Dio". Se il giudaismo posteriore e molti tra i primi scrittori ecclesiastici hanno identificato gli angeli in questi "figli di Dio", a partire dal IV secolo, i Padri, sulla base di una concezione più spirituale degli angeli hanno per lo più interpretato i "figli di Dio" come la discendenza di Set e le "figlie degli uomini" come la discendenza di Caino. Del resto, già in un’altra delle opere contenute nel libro di Enoc, il Libro delle parabole, detto anche Enoc slavo, il peccato degli angeli non è più quello carnale, ma un peccato di "apostasia", poiché gli angeli non hanno ascoltato la voce e l’imperativo divini optando invece per la propria autonoma volontà in un atteggiamento interiore di opposizione e di disobbedienza. Si assiste quindi al passaggio in direzione di una dimensione di interiorizzazione e di spiritualizzazione del peccato degli angeli. E lo "scandalo" che l’uomo ha rappresentato per l’intera corte del Cielo ha lasciato evidenti tracce anche negli angeli fedeli, che non sono esenti ma anzi percorsi da un angoscioso dubbio di fronte alla "novitas dell’uomo", come appare ad esempio nell’Apocrifo Apocalisse di Paolo. Qui, la presenza dell’uomo tormenta quindi sia l’Angelo buono, messaggero e custode, sia l’Angelo Caduto.

La caduta / 3. Nel Corano

Sulla vicenda della ribellione degli angeli, l’islamismo offre una versione più "sentimentale" e "poetica". Satana, che il Corano chiama Iblis, si sarebbe ribellato a Dio per un eccesso di amore nei suoi confronti: quando Dio, dopo aver creato gli esseri umani, ordinò agli angeli di servirli, Iblis si rifiutò perché sentiva di non poter amare e servire altri che il suo Creatore. Per questa ribellione Dio lo cacciò. Nella VII sura del Corano si legge:

Eppure vi abbiamo creati, poi vi abbiamo formati, poi abbiamo detto agli angeli: "Prostratevi davanti ad Adamo!". E si prostrarono tutti eccetto Iblis, che fra i prostrati non fu. E disse Dio: "Che cosa ti ha impedito di prostrarti, quando te l’ho ordinato?". E quegli rispose: "Io sono migliore di lui: me tu creasti di fuoco e lui creasti di fango!". E Dio rispose: "Via di qui! Non ti è lecito fare il superbo! Fuori! Oramai tu sei un essere spregevole."

Rispetto alla tradizione, questa sura conferma che Iblis non si poneva in concorrenza con Dio, ma nondimeno manifestava la propria superbia nei confronti dell’uomo e il proprio spirito insubordinato.

La caduta / 4. Una scelta irreversibile

Così scrive Massimo Cacciari nel suo "Angelo necessario":

Tutti gli angeli sono creati nella grazia, ma la grazia non violenta la libera volontà. Alla mozione generale verso il Bene, propria di ogni creatura, subentra il momento dell’opzione, che Dio vuole inalienabile: come se Egli potesse regnare soltanto su una civitas di liberi voleri. Un bivio, un tremendo passo carraio si presenta, allora, sulla strada dell’Angelo, ed egli deve affrontarlo; non gli è concesso di rimanere nella naturale mozione d’amore verso il suo Fattore. Qui egli deve decidersi d’amare per poter amare totaliter alla fine. Il suo amore è soltanto in via finché non ha pronunciato questo pieno Sì. Ma la possibilità del Sì implica quella della negazione, cioè dell’affermazione di un amore non rivolto al suo proprio Principio.

L’angelologia ortodossa insiste, con segno pressoché univoco, sull’irreversibilità della decisione angelica. L’Angelo non potrebbe ravvedersi, poiché tutto ha visto con perfetta chiarezza… L’Angelo è altresì creato d’un sol colpo, perfettamente compos sui… e come la sua natura non conosce evoluzione, divenire, così la sua conoscenza non è costretta al faticoso itinerario dell’umana. Dio concede il tempo all’uomo, perché per sua natura diveniente, affinché possa ri-vedere le proprie scelte, ma costringe l’Angelo ad un solo, irreversibile aut-aut. Dopo quell’istante la figura dell’Angelo sembra decisa in eterno: decisa l’azione che l’Angelo caduto o demone dovrà compiere fino al Giudizio; decisa l’orbita degli Angeli "felici", del Coro celeste. Deciso il "rumore" infernale; decisa la polifonia paradisiaca.

Da quell’istante, la figura dell’Angelo non può più variare; gli Angeli cessano di potersi volgere, come invece continuano ad essere le altre creature. E al non potersi più pentire corrisponde simmetricamente, in Cielo, il non poter più essere sedotti. Il corso dell’Angelo diviene fermo e sicuro come quello delle stelle, certissimo come quell’argine che lo zodiaco forma intorno alla Terra abitata.

La caduta / 5. Il male assorbito dall'Uomo e da Dio

DA LAO TZE A BARTH

Jacob Bohme, mistico tedesco del Seicento, adombra l’esistenza di angeli buoni e angeli cattivi in dimensioni parallele e quindi la loro copresenza, di fronte agli uomini, nel mondo. Egli scrive nel suo Mysterium Magnum:

Dobbiamo perciò comprendere che gli angeli buoni e quelli malvagi abitano gli uni vicino agli altri e nondimeno esiste fra loro una distanza immensa. Infatti il paradiso è nell’inferno e l’inferno è in paradiso, e ciò nonostante l’uno non è manifesto all’altro; il diavolo, desideroso di entrare in paradiso, per raggiungerlo sarebbe disposto a percorrere milioni di miglia, e tuttavia vorrebbe rimanere all’inferno.

La persistenza, nell’universo, degli angeli delle tenebre, che avrebbero evidentemente potuto essere annichiliti fin dall’inizio e per sempre, va vista come espressione della volontà divina di usare il male come elemento dialettico e di stimolo per realizzare i propri disegni; quindi, in definitiva, per ottenere il bene.

Il senso di questo apparente paradosso può essere inteso se ci spostiamo in Oriente, dove Lao Tze, il più grande filosofo cinese, fondatore della scuola del Tao e autore del Tao Te King (il "Libro della Via e della Verità"), ci parla della sintesi degli opposti che governa l’universo. Secondo il filosofo si deve tendere all’esperienza dell’unificazione degli opposti, falsamente dicotomizzati dalla ragione ingannatrice, e quindi pervenire al graduale raggiungimento della chiarezza e dell’apertura a un equilibrio creativo. Le categorie che dominano l’universo sono due e rappresentano proprietà contrarie e immanenti: lo yin e lo yang. Si tratta di due energie primarie opposte: lo yin simboleggia il femminile, il tenebroso, l’umido, il negativo; lo yang simboleggia il maschile, il luminoso, il secco, il positivo. Se dal concetto di unità scendiamo al fenomeno della realtà presente, scorgiamo in essa un complesso contraddittorio di aspetti, che apparentemente si accavallano in maniera illogica e aspra. Se però siamo consapevoli del principio, non faticheremo a riconoscere, in questa pluralità, l’impronta di una sola realtà.

Questo pensiero è stato interpretato sotto un’ottica cristiana da Karl Barth, forse il più grande teologo protestante del nostro secolo. Il demoniaco è per Barth l’antitesi assoluta, il puro negativo, ciò che è stato escluso e rifiutato da Dio e affidato alla distruzione e che trascina lungo la storia della creazione il suo non-essere. Il diavolo è quindi l’effetto della volontà negativa o della ripugnanza di Dio verso la incompletezza delle creature, destinato a scomparire quando la creazione raggiungerà la perfezione e il compimento alla fine della storia, con l’avvento del Regno di Dio. Satana rappresenta dunque la non-perfezione, la non-realtà, è semplicemente la negatività dell’essere, del bene e del vero; è solo il "non ancora" della creazione in cammino verso il "già" dei cieli nuovi e della terra nuova di cui l’Apocalisse ci offre una splendida evocazione. Barth intende "recuperare" il male nel bene, riassorbendolo nell’amore divino che perdona e si riconcilia con ogni cosa. In termini logici, giudizio e condanna di Dio sono necessari proprio perché complementari alla Sua grazia e al Suo amore. Poiché Egli è giustizia, non può non condannare il reprobo, ma poi assume su se stesso l’espiazione di tale condanna nella persona di Cristo. Non esistono dunque due categorie di esseri, i "salvati" e i "dannati": Gesù riassume in sé l’amore e la giustizia di Dio.

DA ORIGENE A ORFF

Il pensiero di Barth ci riporta a Origene, nato ad Alessandria nel 185 d.C. Secondo la teologia origeniana, Dio, natura intelligibile, crea direttamente le sostanze spirituali, le "menti" che popolano il mondo intelligibile. Incorporee inizialmente, e dotate di libero arbitrio, esse sono decadute: hanno cioè abbandonato Dio, e con ciò, lasciato il sommo bene, si sono rivolte al male; esse si sono trasformate in "anime", si sono raffreddate e hanno rivestito un corpo, più o meno luminoso od opaco in ragione della minore o maggiore gravità del peccato. Così, all’uguaglianza primitiva delle nature intelligibili si è sostituita una gerarchia, una gradazione, che comprende gli Arcangeli, i Troni, le Dominazioni, le Potenze, i Cherubini, gli Angeli dei cieli inferiori, ecc.; quindi gli uomini, gli animali, le piante e, al fondo della scala, i demoni e il loro capo e istigatore, Satana. Con i corpi, fa la sua apparizione questo mondo visibile, il Cosmo. L’uomo è dunque un composto di anima e corpo: ma l’anima, spirito raffreddato, incorporea, è capace di rivolgersi, grazie alla sua libertà di "autodominio", verso il basso, cioè verso i corpi, o in alto, cioè verso il bene e, in ultimo grado, a Dio. Origene concepisce l’universo come messo in moto da una colpa iniziale e avviato verso la reintegrazione; la fine è uguale all’inizio… la redenzione è soprattutto educazione e illuminazione della mente, di cui tutti gli esseri razionali, non il solo uomo, sono capaci. Il processo è destinato a continuare fino alla reintegrazione definitiva, allorché Dio sarà tutto in tutti, contemplato e conosciuto direttamente. Il male è per Origene soltanto relativo e, considerato da un punto di vista superiore, certamente un bene; le sofferenze e i dolori fanno parte cioè del sistema pedagogico con cui si compie l’educazione delle nature ragionevoli. Perciò Origene nega l’eternità delle pene e ammette che ogni natura razionale possa risalire, di grado in grado, fino all’incorporeità definitiva. Alla fine dei tempi, Cristo consegnerà il Regno al Padre e Dio sarà tutto in tutti "in modo che tutta la natura corporea sarà ridotta in quella che è la migliore fra tutte, cioè la divina".

Tra il 1960 e il 1971, il compositore Carl Orff mette in musica il pensiero di Origene con l’opera De temporum fine comoedia ("La rappresentazione della fine dei tempi"). In particolare, riportiamo la descrizione dell’ultima scena:

La notte circonda la terra: gli ultimi uomini invocano la pietà di Dio mentre osservano atterriti l’occhio del buio fissarli dall’Ade. E sulla scena appare Lucifero, il "portatore di luce", l’arcangelo che allontanandosi da Dio a causa del suo orgoglio e della sua falsità, era diventato Satana, Mefistofele, il principe del male. La sua corazza e le sue vesti nere brillano; indossa un largo mantello e un elmo con l’effigie di un dragone; una maschera ricopre il volto. Sta con le braccia aperte, simili alle ali di un pipistrello. Lucifero confessa la sua colpa: "Pater peccavi, Padre ho peccato". Improvvisamente dall’alto un raggio di luce colpisce la maschera, facendola cadere e scoprendo un viso giovane e radioso. Un secondo raggio fa cadere il mantello e la corazza. Infine Lucifero è immerso interamente nella luce ed è di nuovo l’Arcangelo di una volta. Da lontano tuona il coro come la voce del mondo: "Io vengo a Te. Tu sei il Consolatore e l’ultimo Traguardo". Al crescere della luce, risponde un coro celestiale: "Ta panta nus – Tutto è Spirito".

SATANA: SIMBOLO O PERSONA?

L’interrogativo e lo scetticismo su Satana quale realtà personale hanno i loro antecedenti storici e culturali soprattutto nel contesto filosofico del razionalismo in età illuministica, quando appunto si tende a contestare la personificazione del male. Nessuno può ovviamente negare l’esistenza del male anche nei suoi tratti più terrificanti, ma la ragione stenta ad accettare un principio personale che stia all’origine del male e vada al di là dell’esperienza sensibile. Infatti Satana non cade sotto il dominio percettivo dei nostri sensi né può essere razionalmente dimostrato: il diavolo quindi come entità personale non può che essere liquidato. A. Graf, nella sua opera del 1889, Il Diavolo, parla così:

Il diavolo è morto, o sta per morire e morendo egli non rientrerà nel regno dei cieli, ma rientrerà e si dissolverà nell’umana fantasia, nella stessa matrice ond’è uscito. La civiltà ha debellato l’inferno e ci ha per sempre redenti dal diavolo.

Una tendenza che troverà una sua recezione anche nell’ambito del pensiero cristiano (soprattutto nella teologia liberale). In particolare F. Schleiermacher sostiene nella sua opera La fede cristiana, del 1821, che "la credenza nel diavolo non deve essere presentata come una condizione della fede in Dio o in Cristo".

Un altro duro colpo inferto alla concezione personale del diavolo verrà indubbiamente dall’area delle scienze psicologiche, in particolare le tesi di Freud e di Jung, che tendono a riportare tutto entro una conflittualità insita nella stessa persona umana. Non ha quindi senso alcuno spiegare il male morale con l’influsso di Satana e non esiste più una realtà oggettiva personale e malefica al di fuori dell’uomo come appare chiaramente da questo brano di Jung:

Un’altra figura, non meno importante e definita, è quella dell’Ombra che si manifesta, o proiettata su persone adeguate o variamente personificata, nei sogni. L’Ombra coincide con l’inconscio "personale" (corrispondente al concetto freudiano di inconscio). L’Ombra è stata spesso descritta dai poeti. Ricorderò il rapporto tra Faust e Mefistofele e gli Elisir del diavolo di Hoffman, per citare due descrizioni particolarmente tipiche. La figura dell’Ombra personifica tutto ciò che il soggetto non riconosce e che pur tuttavia, in maniera diretta o indiretta, instancabilmente lo perseguita: per esempio tratti del carattere poco apprezzabili o altre tendenze incompatibili.

Importante è che l’uomo accetti il suo elemento demonico, la sua "ombra". Tutto ciò non è privo di influenze sulla teologia contemporanea, se ad esempio un teologo tedesco, J. Werbick, sostiene che molte espressioni vanno "sdemonizzate" poiché gli esseri demoniaci sono semplici metafore di quelle forze mondane che attanagliano l’uomo e lo rendono schiavo.

Ta panta nus

Vogliamo ritornare al pensiero di Origene e riprenderlo qui, a conclusione, come sguardo ampio e libero dal tempo sul destino del mondo: il contrasto tra il male e il bene rappresenta nella nostra realtà uno strumento di crescita e di evoluzione; le scelte che accompagnano il nostro cammino e il nostro risveglio sono destinate ad essere sempre più scevre di errore e di ignoranza, al punto che la fine dei tempi riconsegnerà a Dio un mondo di luce e pertanto liberato dall’oscurità e dal male. "Ta panta nus", proclamerà Lucifero dopo la sua ammissione di colpa, ritornando ad essere l’Arcangelo più splendente alla corte di Dio.
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